Ecco, ieri sera a Trieste si è avuto l’esempio lampante di come non deve essere una regia operistica, pur senza che si veda nulla di particolarmente scandaloso.
Il concetto è questo: il teatro lirico vive, fino a prova contraria, di canto e musica, e di conseguenza il regista si deve mettere al servizio dei compositore e dei cantanti.
Ora, se Giovanni Agostinucci ha un’idea distorta della storia e dei personaggi di Tosca, non dovrebbe firmare regie liriche, a prescindere dal fatto che siano costose o meno: le sue eccentricità distolgono l’attenzione dalla musica.
È questo il principio da cui si dovrebbe partire per risanare le fondazioni liriche, eliminare e allontanare gli incompetenti dai teatri e chi, con i nostri soldi, li ingaggia: sarebbe già una bella vittoria.
Nel caso di Puccini poi, il più cinematografico dei compositori, conta solo questo:
sulla partitura e sul libretto c’è scritto tutto, non solo le note, ma anche i sentimenti che animano i protagonisti.
Ieri sera Juan Pons, baritono spagnolo di grande prestigio e lungo corso ha cantato bene il suo Scarpia, seppur con qualche inevitabile cedimento vocale( non è più un ragazzino) ma in scena era inguardabile: una parrucca che lo faceva assomigliare a Tarzan dopo che si è cotonato i capelli era la cosa più sobria.(smile)
Il sublime Te Deum che chiude il primo atto era popolato da un sacco di personaggi inutili, sulla cui presenza mi sto ancora interrogando.
Chi erano? Cosa rappresentavano?
Poi, Daniela Dessì, che si è confermata, l’ho già scritto in occasione delle recite alla Fenice ma lo ribadisco, la più credibile Tosca del panorama operistico attuale e comunque di assoluto riferimento, è nell’opera di Puccini una “Diva”, una cantante famosa: non può essere vestita dimessamente, ma deve apparire elegante, sofisticata, desiderabile anche per la sua condizione privilegiata di artista.
Il soprano genovese (incredibilmente all’esordio a Trieste) ha stregato il pubblico con una prestazione davvero brillante: acuti sicuri (cito solo il famoso DO della lama per tutti), fraseggio curatissimo, interpretazione coinvolgente ma sobria e controllata.
Mai una frase buttata via, fornendo risalto proprio a quel canto di conversazione che è così importante nelle opere di Puccini.
Una prova da incorniciare.
Bravissimo anche il tenore Fabio Armiliato nei panni di Cavaradossi; e a proposito di panni, con quel costume poteva essere chiunque: Don Chisciotte, D’Artagnan, Alvaro, Siegfried, un fantino del Palio di Siena e pure il mio amico Luca.(strasmile)
Che senso ha?
Armiliato, nell’ambito di una prestazione maiuscola, ha cantato un “E Lucevan le stelle” eccezionale, cercando e trovando mille sfumature e colori, mentre sarebbe più comodo per lui e forse anche più appagante per il pubblico sparare acuti a nastro.
Nel bellissimo duetto d’amore del primo atto, un valore aggiunto alla eccellente prova dei due artisti lo ha dato la complicità che c’è nella vita privata: Armiliato e Dessì celebravano ieri sera la centesima rappresentazione pucciniana in coppia.
Bravi anche Alessandro Svab, il fuggiasco Angelotti, e Nicolò Ceriani, simpatico Sagrestano.
Non avrei volto essere per alcun motivo al mondo nei panni di Gianluca Bocchino, che ha cantato bene la piccola parte di Spoletta ma è stato costretto a una recitazione grottesca: ghigni, risatazze, smorfie per significare un eccesso di sadismo, di crudeltà.
Corretti Giuliano Pelizon (Sciarrone) e Damiano Locatelli ( Carceriere) e a posto come sempre il Coro preparato da Lorenzo Fratini e il coro di voci bianche istruito da Maria Susovsky.
Il Pastorello era il giovanissimo Osmer Daniel Spangher, molto bravo.
Il direttore Donato Renzetti mi ha lasciato perplesso: evidenti le scollature con il palcoscenico, sonorità spesso al limite del clangore e una visione dell’opera frammentaria, che si è materializzata in una direzione disomogenea; spesso l’orchestra (incolpevole, a mio modo di vedere) gli è scappata via.
Pubblico in visibilio (un’eccezione, visto che si trattava dei fighetti zombie della prima), con ripetute richieste di bis, purtroppo non accolte, dopo il “Vissi d’arte” di Dessì e il “E Lucevan le stelle” di Armiliato.
Fuori dal teatro i rappresentanti dei sindacati hanno distribuito un volantino, molto ben fatto, in cui s’invita a sottoscrivere questo appello unitario preparato dai lavoratori del Regio di Torino: io l’ho già firmato dopo la segnalazione di Bob e invito tutti i miei lettori a fare come me.
Una considerazione finale sull’accoglienza che ha ricevuto dalla stampa locale questa Tosca, in un momento difficile per il mio teatro.
“Il Piccolo”, tristissimo quotidiano locale, al suo peggio: dieci righe stentate e fumose di recensione, probabilmente riferite alla generale, messe giù con la sufficienza di chi deve fare un compitino.
Complimenti vivissimi, così si aiuta la causa della cultura in Italia.
postato da: amfortas alle ore 09:25 | Permalink | commenti (39)
categoria:musica, recensioni, polemiche, teatro, informazione, opera, trieste, lirica, società , puccini, giornalisti incapaci, divulgazione semiseria
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