Al Teatro Verdi è in programma Il Trovatore di Giuseppe Verdi, una delle opere più note del Maestro.
Il cast, considerando che siamo in provincia, tale è da considerarsi oggi Trieste, è sulla carta piuttosto buono.
L’opera necessita di almeno quattro cantanti di ottimo livello, valutando, forse a torto, che la parte del basso, Ferrando, può essere considerata da coprotagonista.
Lo staff dirigenziale triestino è riuscito, nonostante la congiuntura economica sfavorevole, a presentare un buon primo cast ed un compagnia di canto alternativa di discreto livello.
Di questi particolari parlerò però in un post successivo, oggi m’interessa qualche considerazione più generale.
Il Trovatore è un’opera che rispecchia (a mio parere, non sono cose che si trovano nei sacri testi) il momento psicologico che passava Verdi, che non era brillantissimo.
Io ci sento molto furore, molta rabbia.
Al centro della vicenda ci sono da una parte due donne, Leonora, una donna d’alto lignaggio, e Azucena, una zingara. Dall’altra un altro nobile gentiluomo, il Conte di Luna e il solito tenore casinista e rivoluzionario, Manrico.
Le due donne nell’opera praticamente non vengono mai in contatto, come se Verdi volesse sottolineare la distanza dei due mondi ai quali appartengono, mentre i due monelli s’azzuffano appena ne hanno l’occasione.
Il libretto, meno incasinato di ciò che si vuol far credere di solito, è di Salvatore Cammarano,

ed è tratto dal dramma El Trovador di Antonio Garcia Gutierrez.

ed è tratto dal dramma El Trovador di Antonio Garcia Gutierrez.
Con Cammarano (ma con tutti i suoi librettisti, a dirla tutta) Verdi aveva un rapporto contrastato, tanto che ad un certo punto sbottò così:
“Sono fieramente in collera con Cammarano. Egli non considera niente il tempo che per me è una cosa estremamente preziosa. Egli non m’ha scritto una parola su questo Trovatore: gli piace o non gli piace?”
Verdi, dicevo prima, stava attraversando un momentaccio ed era furioso, ansioso.
Tutta la genesi di quest’opera è segnata da litigi e incomprensioni: con Cammarano, con il mezzosoprano Rita Gabussi De Bassini, che avrebbe dovuto interpretare Azucena, con gli impresari, con l’editore Ricordi e ovviamente con la censura.
Il fatto è che Verdi era preso da vicende personali, in pessimi rapporti con il padre e, soprattutto, doveva affrontare un’aperta ostilità dei suoi concittadini moralisti bussetani, che non vedevano di buon occhio il suo convivere more uxorio con Giuseppina Strepponi [che era una tosta linguaccia. Di Marianna Barbieri-Nini,

artista non bellissima, disse: S’ella ha trovato marito non può disperar più nessuna di trovarlo (strasmile)].

artista non bellissima, disse: S’ella ha trovato marito non può disperar più nessuna di trovarlo (strasmile)].
Come se non bastasse, il povero Cammarano morì nel 1852, qualche mese prima del debutto al Teatro Apollo di Roma, il 19 gennaio 1953.
Tutto questo clima conflittuale si sente nella musica, che ogni tanto (sublimemente, sia chiaro) procede a strappi violenti.
C’è una grande distonia tra la straordinaria apertura melodica delle arie, quella del baritono ad esempio, “Il balen del suo sorriso” di difficoltà enorme (auguri ad Alberto Gazale, il Conte di Luna del primo cast!) e le cabalette, segnatamente l’incendiaria “Di quella pira” croce e delizia dei tenori e soprattutto, degli spettatori (smile).
L’opera ebbe subito un successo immenso, nonostante che nel cast del debutto ci fossero solo due autentici fuoriclasse e cioè il soprano Rosina Penco

e il tenore Carlo Baucardé.


e il tenore Carlo Baucardé.

Per gli appassionati, a conferma della popolarità di questo lavoro verdiano, una recita del Trovatore è sempre un evento.
I cantanti sono sotto pressione e intimoriti, visti i precedenti storici, tutti i grandi artisti del passato si sono cimentati in quest’opera, e lo stesso vale per i direttori d’orchestra e i registi (ho scambiato due parole due con Stefano Vizioli, mi è sembrato sereno e tranquillo).
Ci tornerò, intanto lascio questo ascolto dell’aria del baritono, approfittando della circostanza che in questi giorni si parla tanto, a Trieste, ma non solo, del grandissimo Piero Cappuccilli.
Si sente poco, alzate il volume, ne vale la pena! (con i tempi di Karajan quest'aria deve essere davvero un supplizio...)
Si sente poco, alzate il volume, ne vale la pena! (con i tempi di Karajan quest'aria deve essere davvero un supplizio...)
postato da: amfortas alle ore 14:09 | Permalink | commenti (7)
categoria:musica, teatro, umorismo, me medesimo, informazione, opera, trieste, lirica, verdi, divulgazione semiseria
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